Klamotten, una vita di seconda mano – 3° puntata

Klamotten è un diario che racconta una vita vissuta a vestire secondhand e vintage.
Dapprima per necessità, poi per scelta consapevole.
Qui la terza puntata!

…E dopo i ’70, come niente ci ritroviamo negli anni ’80.

All’inizio un po’ di sbandamento: l’università, il riflusso, la “trappola” della catena dei negozi dei Colori Uniti, a cui cedo persino io con l’acquisto qualche maglioncino conforme alla moda casual del momento.

Fortunatamente però il negozio preferito dalla famiglia diventa in questo periodo un magazzino che ritira abbigliamento a stock da fallimenti e disgrazie varie. Per cui, per quanto per qualche anno il look di inizio decennio si comprometta con capi “nuovi”, si tratta per lo più di abiti difettati o problematici.

Memorabili gli acquisti a man bassa a prezzi stracciati (per forza!) di capi recuperati da un magazzino Coin andato a fuoco. Il più bello un cappottino damascato dal fondo sbruciacchiato, che si trasformerà per forza di cose in una giacchetta corta.
E poi abiti da sera stravaganti, pacchi di t-shirt senza confezione, sandali un po’ fuligginosi, il tutto condito da un sentore di affumicato che stenterà a scomparire anche dopo più lavaggi.

Gusti troppo trash? Ma no, il bello era proprio far rivivere merci ancora valide, che altrimenti sarebbero finite in discarica, senza appello!

Klamotten III - Una Vita di Seconda Mano

Nel frattempo però mi trovo con nuove amiche del corso di inglese, ed un po’ per volta ci lasciamo affascinare dalla musica e dal fenomeno dark e new wave.
Per cui… via tutti i ricci! Taglio radicale, rasature sulle tempie, ciuffo davanti modellato con la piastra friseé comprata in società.

Più complicato sostituire di botto tutti quei vestiti coloratissimi con un total black richiesto dall’outfit d’ordinanza.

Dall’armadio della mamma si recupera qualche abito da sera del suo passato delle grandi occasioni a teatro. Una gonna lunga dritta di seta, che con gli anfibi sta d’incanto, un’altra al ginocchio intessuta di perline fitte fitte, un bolerino di pailettes.

Più variegato il guardaroba della nonna, che conserva tutto ed offre un ampio panorama di capi grigi e neri. I più gettonati: una camicetta di voile a maniche corte con fiocco al collo, un’altra – sempre nera – con dei piccoli pois in rilievo, una giacchetta grigia corta in vita con 2 grossi bottoni.
Insomma: per iniziare, questo look stile “Cure” è perfetto.

Poi iniziano i primi viaggi a Berlino (con la scusa dello studio del tedesco).

E qui il panorama dell’usato è strepitoso, dallo store di Nollendorfplatz che vende a peso ai mercatini di Kreuzberg a ridosso del Muro, ai tempi ancora perfettamente in piedi. Ogni sabato inizia quindi con l’assalto a quello di Maybachufer, una spianata di terra e sabbia dove proliferano banchetti di merce a prezzi stracciatissimi.

Protagonisti assoluti i capi militari, sia della Germania Ovest che della DDR. L’elenco degli acquisti è lungo: dal giubbino stile aviazione corto in vita alla giacca con doppia fila di bottoni argentati, dal cappottone grigio lungo fino ai piedi agli anfibi dell’esercito. La cosa incredibile è che, nonostante un uso prolungato e costante, quei capi li possiedo ancora quasi tutti. Un po’ perché si sono perfettamente conservati, un po’ perché carichi di un’aura di nostalgia che rende difficile disfarsene.

Al ritorno a casa, ancora cariche della creatività e dello spirito antagonista che regnava a Berlino, ci avviciniamo al mondo delle autoproduzioni, della musica underground, delle radio libere, dell’autogestione.

Il nuovo spirito punk che serpeggia anche nella borghesissima Bergamo ci porta a suonare anche senza saper suonare, ad improvvisarci video-maker, a partecipare alla realizzazione delle mitiche “fanzine” (e vai di fotocopie), a inventarci trasmissioni radio, ecc…

Un’inventiva e una originalità che si riflettono anche nell’abbigliamento, che coniuga giacche da smoking con pantaloni militari, guepière e camicie dell’esercito, minigonne scozzesi e calze a rete, tubini anni ’60 e giacconi di pelle.

Tutto rigorosamente usato, e recuperato dove capita.
C’è il negozietto di articoli militari vicino alla stazione.
C’è il magazzino della San Vincenzo, che in teoria tratta solo mobili, ma quando gli capita qualcosa di particolare lo tiene da parte. Come il bellissimo abito da sposa anni ’50, tutto ricamato, che in un impeto di generosità l’anziano, burbero gestore dell’ organizzazione mi REGALA (e che diventerà un ottimo abito di scena per le nostre performances).
C’è il baule dimenticato nella sala prove (una cantina, in realtà) in cui si pescano abiti neri da cocktail che ci dividiamo fraternamente (anzi, “sororalmente”).
C’è la Fiera di Senigallia a Milano, dove ci rechiamo in spedizione il sabato pomeriggio, prima di qualche concerto in uno dei tanti Centri Sociali di quegli anni.


C’è il mercatino dei frati a Carpi in cui ci portano i CCCP, gruppo di punta dell’underground modenese. Qui si può trovare di tutto: dal confessionale in legno intagliato al tight inglese originale, dal cappotto dei pompieri al completo da hockey. Una specie di Di Mano in Mano ante-litteram, insomma.

Ed eccoci arrivati al punto: verso la fine degli anni ’80 avviene il fatidico, primo approccio con Villapizzone, la Comunità di famiglie che darà origine a Di Mano in Mano.

Ma ne parliamo alla prossima…