Klamotten, una vita di seconda mano – 5° puntata

Klamotten è un diario che racconta una vita vissuta a vestire secondhand e vintage.
Dapprima per necessità, poi per scelta consapevole.
Qui la quinta puntata!

Ok, a questo punto è ufficiale: con lo sbarco a Milano e con tutte le opportunità di secondhand che offre, non si compra più niente, ma proprio niente, di nuovo!

Siamo alla fine del 1993: trovato lavoro in un’agenzia pubblicitaria, si trova casa insieme a due amiche. E si cominciano a battere i mercati rionali e a fare la mappatura di quelli che hanno regolarmente bancarelle di abbigliamento usato.

Al lunedì si comincia con Via Cesariano e Piazza Prealpi: in entrambi, c’è sempre una bancarella a 1000 lire. Del primo conservo ancora una giacca di pelle nera, e l’amarezza del furto del borsellino nero di perline della mia nonna, per opera di una malefica vecchietta che continuava a spintonarmi mentre frugavo nella cesta del banco.

Piazza Prealpi, oggigiorno

Del secondo, serbo il ricordo di un signore un po’ iracondo che commerciava essenzialmente in capi di provenienza tedesca: tanti capi XL di pettorute signore teutoniche, che proprio non facevano per me, ma anche simpatiche t-shirt e tenute hippie anni ’70 di spugnetta, che hanno caratterizzato tante estati sulla Riviera (e che una delle amiche conviventi mi fregava sempre come disinvolte tenute da battaglia per i suoi turni da barista in birreria).

Al martedì appuntamento in Piazzale Lagosta e in via Fouchet, dove un’anziana signora presiedeva una bancarella enorme sulla fine della via, con prezzi variabili ma sempre alquanto convenienti. Tra il martedì e il sabato, altro giorno di mercato, in Lagosta si trova un po’ di tutto: c’è l’usato sgarruppato al limite della decenza, ma anche bancarelle di fondi di magazzino di calze, scarpe, jeans di 20 anni prima, dal vago sentore di muffa ma di indubbia simpatia.

Il mercoledì c’è qualcosa in zona Navigli, ma troppo lontano per andarci comodamente in pausa pranzo, e non particolarmente memorabile.

Al giovedì si torna invece in Piazza Prealpi, dove in una bancarella furoreggiano abiti da sera sberlucenti, vestiti anni ’50 con gonna a ruota, lamé e paillettes buone per metter su uno spettacolino di Drag di tutto rispetto. Oppure si va al mercato di Via Osoppo, notevole soprattutto per splendide scarpe d’ epoca (acquistate, provate e riprovate ma mai indossate, per personale incapacità di deambulare sui tacchi).

Il venerdì si fa tappa in Largo V Alpini, dove un banco gestito da una coppia di simpatici giovani ha sempre proposte diversificate e originali. Rimpiango ancora un paio di pantaloni tipo mimetica, ma in tessuto di raso (bizzarro, no? Moschino docet), che essendo scivolosi avevo perso dal portapacchi della bicicletta, tornando di corsa al lavoro dopo la pausa pranzo consumata al mercato. . .

Klamotten - 5° Puntata

Al sabato è d’obbligo un giro in Papiniano (tanti banchi, ma niente di eccezionale, e soprattutto troppa confusione) e sulla Darsena, dove s’è trasferita la ex Fiera di Senigallia che stava nei pressi del Parco delle Basiliche.

Oltre al banco di capi militari, c’è l’immancabile esposizione di vestiti americani da cerimonia, ballo delle debuttanti o che so io, con una quantità di incredibili abiti in raso o in lurex di tutti i colori da 5.000 a 10.000 llire. Uno spasso, tra volant, balze e strascichi da paura. Ci siamo cascate tutte!

E alla domenica c’era il mitico mercato di Via Lorenzini, zona Ripamonti. Una sorta di suk, dove tra banchi autorizzati, bancarelle improvvisate e vendite autogestite, c’era da sbizzarrirsi tra abiti, mobili, giocattoli, oggetti, e i più buoni falafel cucinati sul momento che abbia mai assaggiato in vita mia.

La cosa più divertente era arrivare sul tardi, quando si iniziava a smontare, e tutti si davano da fare per svendere le loro merci, o addirittura a regalarle, pur di non doversele riportare indietro ad intasare di nuovo cantine e garage.

Fiera di Sinigallia, Milano anni 90′

Ricordo che una volta un ragazzo, che aveva sistemato il suo banchetto sul parapetto del ponte sulla ferrovia, al momento di andarsene prendeva capo per capo urlando: “Adesso o mai più! O lo prendete a 1.000 lire o lo butto giù dal ponte!”. Al che noi amiche, animate da quello spirito “missionario” che non ci permetteva di veder sprecato alcunché, dopo aver visto che non scherzava e gettava via realmente vestito dopo vestito, gli avevamo comprato tutti i capi rimasti, da dividerci tra noi o da regalare a nostra volta. A me toccò un abito da sera nero in lycra, semplicissimo, dritto e lungo fino ai piedi, che ancora abita nel mio armadio.

Insomma, le occasioni di comprare usato a poco prezzo, pur evitando i primi negozietti che già avevano subodorato il business nascente del Vintage, non mancavano.

Ma non ci accontentavamo mai, per cui almeno una volta al mese partivamo in spedizione per lo “Stracciaio” di Trezzano sul Naviglio, un magazzino di raccolta indumenti che, prima di venire tagliati in pezze e imballati a seconda del materiale, venivano proposti in vendita in enormi cestoni.

C’era da impazzire, e solo grazie al mio occhio di lìnce riuscivo a trovare in mezzo al delirio i capi più interessanti per tutti i presenti, dai maglioncini striminziti anni ’70 ai pantaloni della tuta che si usavano al momento, dalla vestaglietta con le piume al giubbino di pelle, dalle t-shirt con la zip alle camicette in nylon multicolori.

Tornavamo a casa con dei borsoni pieni di roba, e via di lavatrici. . .

E poi, continuavano ad arrivare “eredità” e donazioni.

Milano negli anni 90′

Mitico lo stock (non so più quanti sacchi) di una tal Mizzie, che aveva deciso di dare una svolta alla sua vita e aveva abbandonato tutto il suo guardaroba nell’appartamento in cui era subentrata una sua/nostra amica.

Per cui, dopo esserci servite abbondantemente noi amiche conviventi, iniziammo a organizzare feste, merende e aperitivi per smaltire tutto quello che rimaneva e liberare il nostro soggiorno.

Possiedo ancora, e penso sempre con affetto a questa sconosciuta benefattrice, un abito da sera bianco con simili paillettes, un paio di sandali d’argento, qualche canotta estiva. Il bellissimo giubbino in pelle da motociclista, dopo anni di onorato servizio, lo regalai a mia volta ad un’amica di Torino, che lo sfoggia ancora. . .