Klamotten, una vita di seconda mano – 4° puntata

Klamotten è un diario che racconta una vita vissuta a vestire secondhand e vintage.
Dapprima per necessità, poi per scelta consapevole.
Qui la quarta puntata!

Gli anni ’80 volgono alla fine, così come gli esami dell’Università.
Mentre continuano l’impegno sociale e il fermento culturale delle auto-produzioni, si inizia a pensare ad uscire di casa, ad andare ad abitare con amiche e amici, ad entrare nel mondo del lavoro.

Ed è in questi anni che mi avvicino per la prima volta a Villapizzone, a Milano, una vecchia cascina abitata da una comunità di famiglie “allargate”, che porterà poi alla costituzione della Di Mano in Mano.

Una foto storica di Villapizzone

Accompagnata da un amico, rimarrò estasiata da quel cortile zeppo di mobili e mercanzie di ogni tipo, da quel fienile pieno di sedie e bauli, dal negozietto del mitico Franco, un guazzabuglio di oggetti preziosi e cianfrusaglie.
E soprattutto dallo spirito e dalla generosità di questa comunità che offre ospitalità a chi ne ha più bisogno, e che attraverso l’attività di sgombero rimette in circolo tutto ciò che si può recuperare.

Scatta l’amicizia con il gruppo dei giovani che abitano lì tutti insieme.
In particolare con Adriana, la ragazza brasiliana che di lì a poco aprirà in una delle loro stanze un piccolo negozietto dedicato all’abbigliamento usato.
Prima ancora di iniziare questa attività, mi regala un soprabito di pelle anni ’70, arrivato di sgombero ma che a lei sta un po’ stretto di spalle, a tutt’oggi mio fedele compagno per le mezze stagioni.

E non appena inaugura nell’allora soggiorno della “casa dei ragazzi” la sua piccola boutique, tutta con capi recuperati da sgomberi e donazioni, mi lascio convincere ad acquistare un paio di stivali sopra il ginocchio con una zeppa da paura, molto coreografici ma alquanto scomodi, e un paio di stivaletti con cerniera che coscienziosamente tingerò di nero, da bianchi che erano.

Klamotten  - Una vita di seconda mano

Fresca di laurea, troverò immediatamente lavoro, per puro caso, in una nota azienda di vendite per corrispondenza, circondata da un nutrito gruppo di giovani colleghe attentissime alla moda. Un po’ perché circondate da abiti, modelle, set fotografici, un po’ perché gasate dai primi stipendi di cui disporre, molte di loro iniziano ad acquistare compulsivamente abiti e accessori in quantità, salvo poi farseli venire a noia nel giro di pochissimo.

E quindi ci inventiamo il mercatino degli scambi, un appuntamento fisso organizzato nella taverna della casa di famiglia di una delle colleghe.

Ad ogni cambio di stagione, pressappoco, ci ritroviamo per una cena in cui condividiamo cibo e vestiti. Se ci sono le condizioni per uno scambio bene, se no mettiamo in vendita a un prezzo puramente simbolico quei capi ed accessori che non ci soddisfano più, o ci sono venuti a noia, o non ci vanno più bene.

L’iniziativa riscuote grandi consensi anche tra altre nostre amiche, per cui a volte ci ritroviamo anche in quindici ragazze o più, con tante cose da scambiarci, tanti assaggi da offrire e gustare, tante risate. Lucia e Luciana, quelle degli acquisti compulsivi, mettono in gioco un sacco di vestiti e accessori bellissimi, e altrettanti ne portano a casa. Per la gioia della mamma acquisisco un cappottone di cashmere di Max Mara, e per me gran parte del guardaroba black di Luciana, mia stessa taglia. In compenso, faccio felice Elena con una borsa a secchiello di mia sorella, che la trova scomoda e mi cede per rimetterla in circolo.

In un’epoca in cui il concetto di “vintage” con i suoi negozietti chic non esisteva ancora, e men che meno le piattaforme di vendita online, la nostra passione per l’usato e per i capi eccentrici diventa nota a conoscenti vari, che ci regalano con gran piacere abiti trovati nel fondo degli armadi di zie e nonne, di cui non sanno che farsene.

Per cui l’anziana signora del Centro Studi ci dona una valigia piena di cappellini anni ’50 e ’60 di sua mamma, da quello con la veletta a quello a bustina, dalla paglietta con nastro di stoffa a quello da diva in velluto.

E la zia dell’ Antonella, da cui andiamo per prendere un coniglietto da regalare a un’amica che s’è appena trasferita in una casetta con giardino, ci apre l’armadio delle meraviglie della sua gioventù mondana. Da non crederci: grucce e grucce di abiti da sera pazzeschi, che ci donerà un po’ per volta, visto il nostro entusiasmo.
Il più bello, che arriverà per ultimo e che abbiamo avuto occasione di indossare una sola volta, un abito in broccato rosa e argento, smanicato ma pesantissimo, con piccoli oblò di nudo ad altezza vita. Ma anche gli altri “ereditati” di volta in volta sono splendidi, come quello giallo limone in crespo, con le spalline sottili e lungo fino ai piedi, o la tuta fiorata “a zampa”.

E poi che succede?
Il guardaroba è colmo, e anche Bergamo inizia a stare un po’ stretta.
È arrivato il momento di pensare di espatriare a Milano…