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Righe buone, righe maligne: pt. 3

Righe buone righe maligne
La terza e ultima parte della storia delle righe.

Con l’estate agli sgoccioli manca poco perché i tessuti rigati, tanto popolari in questa stagione, vadano per qualche mese in letargo facendo solamente qualche timido capolino durante i mesi più freddi. Ci affrettiamo perciò a concludere la nostra storia delle righe con questa terza e ultima parte. Se vi siete persi le puntate precedenti potete trovare la prima puntata qui e la seconda puntata qui.

Righe e igiene

Dall’epoca feudale fino alla Rivoluzione Industriale, in Occidente, gli indumenti a diretto contatto con il corpo devono essere bianchi. Questa regola deriva, lo ricordiamo, dal modo in cui l’uomo medievale guarda al mondo come diviso in categorie molto nette ed il più possibile “leggibili”. I colori e le fantasie irregolari sono disturbanti e da evitare se non per identificare gli esclusi e gli emarginati.

Facendo un gigantesco passo in avanti, notiamo come questa regola, oggigiorno, non esista più. Nei secoli l’evoluzione tra la biancheria intima neutra o bianca e l’introduzione della biancheria colorata è stata estremamente lenta, e accompagnata da due “aiutanti”: i colori desaturati e il rigato. Da un lato i colori pastello sono considerati dei “non colori” e si potrebbero anche vedere come colori di transizione. Dall’altro, il rigato ha aiutato l’accettazione del colore negli indumenti intimi perché è un colore spezzato, “a metà”.

Dagli anni ’20 ai ’40 la corrispondenza è praticamente perfetta tra colore pastello e fantasia rigata. La cosa interessante è che tutto ciò ha coinvolto non solo i vestiti ma tanti altri oggetti che hanno a che fare con l’igiene, il corpo, la casa: muri di cucine e bagni, piastrelle di piscine, oggetti da toaletta e così via.

Questa associazione tra igiene e righe ci suonerà sicuramente familiare: chi non avrà immaginato un accappatoio, delle lenzuola, una camicia a righe? E tutte queste righe, solitamente, sono accomunate dall’essere sottili e di colori pallidi.

Righe e mare

Alla fine del XVIII secolo i marinai di seconda classe, quelli addetti alle manovre semplici e collocati al fondo di una gerarchia che li vede come meri esecutori manuali, cominciano a vestirsi a righe. Il rigato, oltre a identificarli come categoria, torna a farsi portatore di negatività, di emarginazione e sottomissione.

Durante i secoli XIX e XX la rigatura da mare si sposta sulle spiagge, in ambito sportivo e di tempo libero. Scoprendo i piaceri della spiaggia la società occidentale ha adottato la divisa dei marinai trasportandola sui litorali. Ma le righe, come già osservato, sono complicate e vanno lette su più livelli: infatti la rigatura sulle spiagge, se da un lato prende ispirazione dal mondo dei marinai, dall’altro assolve alle funzioni igieniche descritte nel paragrafo precedente. Per le donne e gli uomini della Belle Epoque andare al mare è una attività salutare e igienica, oltre che di svago.

Una curiosità: i medici igienisti consigliavano costumi bianchi ma il bianco, bagnandosi, diventa trasparente. Scommetto che sapete quale si è rivelata la soluzione…Ma certo! Bianco e blu, un colore scuro che è capace di arginare questo problema mascherando le trasparenze.

Righe e infanzia

A partire dal XIX secolo si stabilisce un rapporto molto stretto tra abbigliamento rigato e infanzia. Nel guardaroba infantile ritroviamo accoppiata bianco/colore pastello, che anche in questo caso veicola funzioni igieniche come poco fa abbiamo descritto. Se ci pensate il rigato è in effetti un tessuto poco sporchevole o, parafrasando, ottimo per camuffare le macchie.

La riga, entrando nel mondo dell’infanzia, acquisisce per riflesso anche significati ludici. Chi si veste di righe ci fa un po’ l’occhiolino, ci dimostra autoironia, simpatia e in certi casi risulta quasi buffo.

Un cenno è doveroso anche riguardo alla presenza del rigato nella sfera sportiva. Possiamo dire che in questo settore si sommano tutti i significati sopraelencati: l’igiene, l’aspetto ludico e l’aspetto del mettersi in mostra e dare spettacolo di sé (pensiamo ai saltimbanchi e ai giullari di corte del Medioevo).

Righe e pericolo

Fino al giorno d’oggi, la riga si fa portatrice di significati tutt’altro che univoci: da una parte il marinaio, lo sportivo, il bagnante, il clown, il bambino; dall’altra il boia, il folle, il prigioniero e il criminale. Le righe, come spesso ricordato, si sono evolute in maniera tutt’altro che coerente. Tra i due antipodi si collocano personaggi che vestono di rigato assumendo su di sé i significati dell’uno e dell’altro estremo, creando ambiguità e confusione.

Un esempio: superfici e stoffe rigate sono spesso state utilizzate dagli artisti. Picasso ad esempio indossava sia maglie che pantaloni rigati come una sorta di travestimento d’elezione. Oppure gli artisti le hanno utilizzate nelle loro opere: pensiamo a Daniel Buren che con le sue creazioni affascina e disturba al tempo stesso.

Più sul versante “maligno” è la riga “Al Capone” o gessato, nata tra gli anni ’20 e ’30 e adottata come segno di riconoscimento per i gangster americani e i padrini mafiosi.

In tempi moderni, l’accezione negativa delle righe non scompare ma cambia. Esse non evocano più il Diavolo bensì tendono, quando utilizzate in un certo contesto, a segnalare un pericolo. Il codice della strada è un esempio lampante di quanto appena detto. Ogni cartello rosso e bianco rappresenta divieto e tolleranza insieme ed evidenzia l’ambivalenza del rigato che è al contempo guida e barriera.

Interessantissimo è il parallelismo con le righe che si vedono su tapparelle e serrande: esse sono uno schermo che però lascia trasparire, protegge ma non imprigiona. Questa è la qualità “filtrante” delle righe (analoga a quella dell’igiene corporea).

A volte le righe possono non filtrare il pericolo, anzi attirarlo. Pensiamo ah film di Hitchcock “Spellbound”, che racconta di una fobia per le righe da parte di un uomo che soffre di sensi di colpa per la morte di un familiare stretto. La costruzione delle immagini di questo film rimanda costantemente al pattern rigato attraverso espedienti come giochi luci/ombre, rotaie e così via.

Questo film rappresenta l’estremo più inquietante delle righe: quando esse, come una musica assordante, alienante, ossessionante, possono sfociare nella follia e rappresentare i lati oscuri della mente umana.

Giunge qui la fine di questa trilogia sulle righe e noi speriamo proprio di avervi appassionato! Sicuramente per noi è stata una scoperta dopo l’altra e la lettura de “La Stoffa del Diavolo” di Michel Pastoureau avvincente come poche. Tutti noi ci vestiamo la mattina, decidiamo attivamente cosa metterci indosso. E da amanti del vintage quali siamo non possiamo che rimanere catturati dalle storie come questa, su costumi, epoche, fantasie, materiali, e così via.

Come le altre volte vi invitiamo a immergervi in un po’ di storia dell’abbigliamento esplorando un po’ di vintage nella sezione dedicata del nostro sito qui.

Un caro saluto e a presto per altre avvincenti storie!

Paola
Penso che gli abiti dicano tanto di noi: ci mostrano e ci nascondono al tempo stesso. Mi piace poi la sfida di un guardaroba all'insegna del riuso con cui giocare e poter mischiare storie diverse ed uniche.

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