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La memoria dei libri

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La Giornata della Memoria ci invita alla riflessione. In un’occasione come questa non è semplice dire qualcosa che non sia scontato, o non limitarsi a una celebrazione retorica che non ci aiuterebbe a capire che cosa è successo. Forse non possiamo davvero capire, ma come diceva Primo Levi che “se è impossibile comprendere, è essenziale conoscere”.

Accogliere questo invito alla conoscenza non è solo un dovere, ma è anche una sfida: non è facile, infatti, confrontarsi con un passato così terribile. Affrontarlo ci porta a guardare orrori che non vorremmo dover vedere, a indagare il dolore, a porci domande scomode e non trovare risposte semplici. Ma conoscere è fondamentale perché quello che è accaduto non si ripeta.

La lettura e l’approfondimento sono i nostri migliori strumenti per ripercorrere i fatti storici, dare voce alle testimonianze di chi ha vissuto quell’epoca e conservare la loro memoria.

La memoria è una capacità straordinaria, una continua attività ricostruzione della mente umana, che permette di far rivivere esperienze ed emozioni passate.

Leggere le parole dei testimoni di questi orrori, descritti e tramandati con viva autenticità, è un’esperienza profonda che ci spinge a non volerli dimenticare e non ripeterli. Questi ricordi possono ancora sorprenderci e raccontarci storie vere e descriverci dettagli che non potevamo immaginare.

Ma la memoria non basta, perché se conoscere il passato è fondamentale, abbiamo soprattutto bisogno di riflettere sulle sue conseguenze nel presente e imparare preziose lezioni che ci possono salvare dall’apatia e dall’indifferenza di oggi. “Coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo” ci ricorda sempre Primo Levi.

Se gli orrori della Shoà sono stati un’esperienza unica della storia e che ci può sembrare distante del tempo, ciò che ha portato a questi fatti non è così lontano dalla nostra realtà. La paura che ogni straniero sia nemico, portata alle sue estreme conseguenze ha prodotto i lagher come “soluzione finale”. Questa paura serpeggia tra noi ancora oggi. Antisemitismo, razzismo, omofobia, discriminazioni, violenze non sono parole che appartengono solo al passato. La cruda immagine del filo spinato, purtroppo, è un simbolo che ci è ancora familiare. Lo possiamo vedere ancora oggi in quei luoghi in cui è posto un confine tra “noi” e “gli altri” che vogliamo allontanare, annullare, rinchiudere o tenere fuori. Quegli altri che rischiamo di non vedere come esseri umani, ma solo come un pericolo.

Indagare il passato e concentrarci su di esso ci permette di prendere la giusta distanza per poter poi guardare al presente con una maggiore consapevolezza.

Il dolore e l’abisso di disumanizzazione di vittime e carnefici di allora ci deve insegnare a tenere gli occhi, la mente e il cuore aperti sul dolore e la disumanizzazione di oggi.

E attraverso la riflessione possiamo imparare anche a difenderci dal rischio di essere indifferenti e di non voler guardare le ingiustizie e di aver bisogno di creare sempre un nuovo nemico su cui scaricare rabbie e paure.

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