La potenza espressiva dell’arte figurativa etiope

Davanti a questa serie di dipinti etiopi, databili agli anni ‘30 del ‘900, non riesco a non farmi coinvolgere in un turbine di emozioni.

I colori sono accesi, irreali, quasi vicini a forzature espressioniste e naif, e le scene parlano un linguaggio semplice, “fumettistico”, che punta ad una percezione immediata e diretta.

Il parallelo che mi viene subito in mente è con il nostro pittore Ligabue, il “matto” capace di parlare direttamente alle emozioni.


Seguo in venti riquadri le storie della Regina di Saba, ed ancora, in tre spazi contigui, le truci vicende della caccia ai ribelli, ed in affreschi collettivi la vita quotidiana in tempo di pace. E poi un sorprendente Ras Tafari incoronato imperatore ed accolto in braccio dalla Madonna e benedetto
dallo Spirito Santo.

Già, anche i soggetti sono curiosi: un misto tra cultura africana ed occidentale, e stimolano il mio desiderio di capirne di più.

In effetti, l’Etiopia ha una storia molto particolare: situata tra Africa ed Asia, e tra Mediterraneo ed Oceano Indiano, fu un crocevia e punto di incontro di differenti culture, stimolato anche dai costanti ed intensi flussi commerciali.

Cinque secoli avanti Cristo si stabilizzò la dinastia Aksum; sotto questo regno, nel quarto secolo dopo Cristo, il cristianesimo venne istituito religione di stato, nella sua versione copta ortodossa.
I testi sacri medioevali parlano anche però di un rapporto diretto con una delle dieci tribù ebraiche, rifugiatasi in Etiopia, dalle quali derivò la stirpe reale attraverso la regina di Saba.
Ed infatti in Etiopia ancora oggi vive la stirpe dei Falascià, unici ebrei neri, le cui prime notizie storiche risalgono al 600 dopo Cristo.

L’Etiopia fu dunque un baluardo ebraico-cristiano, con influenze africane, ma da considerarsi quasi il lembo meridionale della cultura mediterranea.

Da queste premesse comincio a capire un po’ meglio i soggetti rappresentati, e la sovrapposizione di figure umane bianche, nere e mulatte, e simbologie che appartengono alla cultura occidentale,
rappresentate con un approccio bidimensionale quasi bizantino, da icone orientali.

Ma veniamo alla storia di questi dipinti: da dove arrivano? Come hanno fatto ad arrivare in Italia?

Il collegamento evidente, rintracciato nei carteggi della famiglia dalla quale sono stati acquistati, è la presenza italiana in Etiopia negli anni ‘30 e l’attività del loro nonno, l’avvocato xxxx.
Egli fu inviato nel 1935 ad Addis Abeba come legale esperto di contratti d’appalto, a servizio di una società italiana.
Ne conserviamo alcune foto, ed alcune cartoline spedite alla famiglia da Addis Abeba.
Proprio qui, come racconta nel suo memoriale, fu avvicinato nel 1938 dal Segretario locale del Partito Fascista che, a nome del maresciallo Graziani, e per ordine del Federale Bofondi, gli intimò di lasciare la città “dato che era un antifascista”.

I dipinti, traslati in Italia, rimasero nella collezione del palazzo familiare, in un piccolo borgo in provincia di Viterbo, fino alla recente acquisizione.

E ancora oggi, a quasi cent’anni di distanza dalla loro creazione, ci fanno percepire emozioni e sensazioni universali, che attraversano l’umanità tutta, senza distinzione di colore delle pelli.