Alla scoperta della doratura a mecca

La doratura è una pratica antichissima nella realizzazione delle opere d’arte. Diffusa fin dall’epoca bizantina, per la prima volta il procedimento venne codificato teoricamente da Cennino Cennini.

Artista senese, è noto soprattutto per aver scritto il celebre Libro dell’Arte, al principio del XV secolo.

Primo vero e proprio trattato sulle tecniche artistiche, in quest’opera vengono minuziosamente descritte le pratiche impiegate all’epoca, un vero e proprio manuale per gli artisti. Nel capitolo CLI spiega la realizzazione di un buon mordente, un adesivo oleo-resinoso, per l’applicazione della foglia d’oro, ottenuta mediante la ribattitura di monete d’oro tra pelli.
Nei capitoli CXXXI-CXIV, e in particolare in quest’ultimo, Cennini si sofferma invece a presentare la tecnica della doratura a guazzo. Tecnica impiegata nella realizzazione dei celebri “fondi oro”, prevedeva la stesura di diversi strati di bolo, una terra argillosa dal caratteristico color rosso, miscelata con del collante a base di albume e acqua; successivamente veniva applicata la foglia d’oro.
Osservando queste superbe opere con attenzione è possibile distinguere nettamente le linee di giunzione delle foglie con le quali sono rivestite.

Ma il rivestimento con fogli metallici proseguì anche nei secoli successivi, venendo impiegato anche nella realizzazione dei mobili.

A partire da Barocco si affermarono le superbe consolles dorate. Anche più tardi, in epoca Neoclassica e ancora nell’Impero, si diffusero le cornici e gli specchi dorati.

La foglia d’oro non è però l’unico materiale impiegato. In virtù dell’alto costo che l’oro zecchino aveva, questi veniva spesso sostituito con la foglia d’argento, successivamente dipinta per simulare l’oro.

La protagonista del nostro Classic Monday, una cornice Impero, è esempio di questo particolare tipologia di lavorazione, definita doratura a mecca.


Se la prima parte del procedimento è simile alla doratura a guazzo, ma con l’applicazione della foglia d’argento al posto di quella aurea, questa tecnica prevede un ulteriore passaggio. L’impiego dell’argento era certamente dettato dalla maggiore economicità, ma comunque si voleva rendere l’oggetto più prezioso. Mecca è infatti il nome della vernice che veniva stesa sulla foglia d’argento, per simulare l’oro. La foglia veniva prima brunita e successivamente verniciata con un composto a base di gommalacca, alcool e resine; una volta asciugato donava all’argento il caratteristico effetto dorato.

Capacità illusoria di trasformare un materiale in un altro, la meccatura è facilmente identificabile negli oggetti antichi.

Mentre la foglia d’oro non modifica il proprio colore, l’argento tende invece a ossidarsi col tempo. Le parti nelle quali la mecca è più sottile e usurata a causa dell’età, si caratterizzano per il tipico colore scuro, tendente al nero, dell’argento ossidato.
Se all’epoca la tecnica della meccatura era definita “l’oro dei poveri”, nomenclatura certamente non altisonante, il fascino e la preziosità che li caratterizza ancora oggi ne fanno degli oggetti ricercati ed eleganti.