Le vingtième siècle, il futuro visto attraverso i sogni del XIX secolo

Non so chi si ricorda di un telefilm che andava per la maggiore quando ero ragazzina (purtroppo tanti, tanti anni fa): si intitolava Spazio 1999.

Si svolgeva in una colonia umana costruita sulla Luna da cui partivano appassionanti esplorazioni spaziali; le ragazze vestivano attillate tute argentate e avevano i capelli a caschetto (molto anni ’70) viola o azzurri. Era stato girato in Inghilterra nel 1973, probabilmente sull’onda del ben più geniale 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, del 1968, con i suoi collegamenti terra-luna sulle note di Strauss e il suo viaggio interplanetario verso Giove alla ricerca delle radici della nostra umanità.

In quegli anni era così che si immaginavano il passaggio al XXI secolo? Un umanità già lanciata alla conquista dello spazio, con una tecnologia capace di permettere la colonizzazione almeno del nostro satellite?

Raccontare il futuro è il cuore di tutta la letteratura di fantascienza, ma non solo.

Tra i libri della nostra libreria c’è un affascinante volume dal titolo Le vingtiéme siecle scritto nel 1884 dello scrittore ed illustratore Albert Robida. Inizia così:

“Il mese di settembre del 1952 volgeva al termine. L’aeronave omnibus B, che faceva servizio dalla stazione centrale dei Tubi – boulevard Montmartre- all’aristocratico faubourg Saint-Germaine, viaggiava all’altitudine regolamentare di 250 metri. L’arrivo del treno del Tubo della Gran Bretagna aveva rapidamente riempito una dozzina di aeronavi parcheggiate sopra la stazione, e aveva fatto decollare a pieno carico uno sciame di aerotaxi”.

Parigi nel 1952: quartieri sospesi nell’aria, la circolazione pubblica e privata affidata ad aeronavi, collegamenti tra città, e anche tra continenti, attraverso treni che viaggiano in gallerie sotterranee, sottomarini, palloni pubblicitari.

Il mondo del futuro visto attraverso i sogni del XIX secolo. Il libro è pieno di trovate geniali splendidamente illustrate dalla matita di Robida.

Un tramway elettrico porta le schiere di visitatori del nascente turismo di massa lungo le estenuanti gallerie del Louvre; le cameriere sono pronte con le loro zuppiere e piatti di portata all’imbocco del sistema di tubazioni che consente di usufruire di un servizio di catering domestico.
Ci sono anche sorprendenti anticipazioni profetiche: dal 1945 sarà possibile abbonarsi alla Compagnie universelle du Telephonoscope; una placca di cristallo incastonata su una parete di casa permette all’amante degli spettacoli, senza uscire di casa, di sedersi comodamente per assistere alle rappresentazioni dei teatri preferiti; fornisce anche un servizio di informazione 24 ore su 24 su quello che succede nel mondo ed è possibile perfino collegarsi da lontano in videochiamata con la propria abitazione.
Non sono trascurati i mutamenti sociali, raccontati questi con un certo timore: nel 1952 ci saranno donne medici, notai, avvocati, prefetti, parlamentari, giornaliste: davvero fantascienza!

Un ingenuo ottimismo riempie questa rappresentazione del secolo che arriva, anche se non manca qualche preoccupazione legata all’inquinamento: una sincera fiducia nella tecnologia e nella scienza come apportatrici di un sicuro progresso nella vita dell’uomo. Una fiducia che proprio il XX secolo raccontato dal nostro libro ha incrinato irreparabilmente. Il cupo mondo ipercontrollato di 1984 di Orwell, così profetico rispetto al nostro oggi, il paesaggio post-nucleare, spettrale, pieno di incubi, del romanzo

La strada di Cormac Mc Carthy, o in campo cinematografico la città sovrappopolata, sotto una perenne pioggia torrenziale, di Blade Runner, ci raccontano con maggiore verità rispetto al nostro telefilm anni ‘70 come il ‘900 guarda al futuro, in questa che è stata definita la Società delle passioni tristi.

Forse la sfida che il XXI secolo può assumersi per poter consegnare un futuro alle prossime generazioni è quella di tornare a scommettere sull’uomo più che sulla tecnologia, a smettere di sognare la luna e tornare ad amare questo nostro pianeta.